Il cielo celtico

a cura di Anna Maragno

«nella magica terra dove sono le stelle [...]»1

Il cielo celtico

Abbandoniamo ora l’area mediterranea per accostarci a quella storicamente abitata dalle popolazioni celtiche. Nonostante l’esiguità dei dati a disposizione degli studiosi, è ugualmente possibile apprezzare il forte interesse nutrito dai Celti verso la volta celeste. Una conoscenza approfondita dei moti degli astri trapela persino dal poco che ci è stato tramandato circa i riti e le usanze dei druidi, dal sistema calendariale (splendidamente rappresentato dall’esemplare rinvenuto a Coligny) e dalla ricca simbologia che rimarca la ricerca di una costante connessione con il firmamento. 

 

 disegno di Anna MaragnoFigura 1. Rovescio della moneta d’oro di Vercingetorige, oggi conservata presso il Musée d’Archéologie Nationale a Saint-Germain-en-Laye (Francia). In alto a destra, a fianco della criniera del cavallo, è riconoscibile una falce di Luna.

I popoli celtici

Con il termine Celti si usa indicare collettivamente alcune popolazioni (appartenenti ad uno stesso gruppo linguistico di ceppo indoeuropeo) che migrarono dall’Asia verso l’Europa al principio del II millennio a.C., stabilendosi nelle aree danubiane e renane.  Da quei luoghi, tra l’VIII e il VI secolo a.C. si estesero sino ad occupare buona parte del continente europeo, stanziandosi e differenziandosi in tribù dai diversi nomi. In Francia e in Italia settentrionale si parla di Galli; di Britanni, di Cimri e di Gaeli in Gran Bretagna; di Belgi nello stato omonimo; di Celtiberi nella penisola iberica e di Galati nei Balcani. Dal II secolo a.C. in poi, i Romani e alcuni popoli germanici conquistarono man mano i territori abitati dai Celti, estirpandone la lingua (ad eccezione di ciò che avvenne nelle Isole Britanniche). 

La società dei Celti era strutturata in tribù, ciascuna delle quali composta da clan familiari. Al vertice della piramide sociale si collocava un’aristocrazia di guerrieri e di druidi; si trovavano poi i liberi non armati e, infine, gli schiavi. Molti onori erano solitamente riservati ai druidi, così come ai cantori e agli indovini. Nella religione celtica, politeista, si contavano numerose divinità; la triade principale era composta da Teutanes, Taranis ed Esus. I Celti credevano nell’immortalità dell’anima e attribuivano grande importanza al culto dei defunti. Parallelamente a ciò, ritenevano che gli dèi fossero una presenza immanente della natura e che popolassero luoghi naturali quali isole, boschi e foreste o grotte. 

I druidi e l’astronomia

Secondo le fonti classiche, i druidi erano depositari di una sapienza estesa ad ogni ambito del sapere e dunque svolgevano la funzione di filosofi, maghi, cantori, indovini, medici, teologi e persino di fisiologi. Secondo Cesare, i druidi costituivano un punto di riferimento anche per la risoluzione di controversie giuridiche. Seppur dispensati dal servizio militare ed esonerati dal pagamento delle imposte, tali sacerdoti erano comunque sottomessi alla guida di un capo che esercitava su di loro la massima autorità. Le conoscenze accumulate in queste discipline erano tramandate oralmente; pare che le cerimonie religiose che li vedevano coinvolti si svolgessero all’aperto, in un locus consacratus (denominato Nemeton) costituito non da un tempio, bensì da aree all’interno di boschi sacri contrassegnate da tumuli, da pilastri o da pietre ordinate a cerchio. Pare che, solitamente, i Nemeton fossero di rovere; Plinio il Vecchio riporta inoltre che nessun rito era da loro celebrato in mancanza di fogliame e che consideravano tutto ciò che spunta dall’albero di rovere come proveniente dal cielo. Dunque, tale pianta era ritenuta “eletta” dalle divinità. 

druido, disegno di Anna Maragno

Figura 2. Libera interpretazione dell’immagine di un druido tratta dall’alfabeto celtico di un cartellone murale ideato da T. C. Evans e disegnato da C. Evans (Galles, XIX secolo). 

Gli studiosi che tentano di indagare le possibili conoscenze astronomiche dei druidi sono guidati dalla massima cautela. I drudi, come già sottolineato, preferivano non trasmettere il loro sapere in forma scritta. Le notizie sulla loro concezione del cielo sono, dunque, scarse. Alcune tracce si possono tuttavia individuare in talune descrizioni che diversi autori classici forniscono, ad esempio, sui loro riti. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, ci informa della cerimonia della raccolta del vischio da alberi di rovere, attività che poteva essere svolta dai druidi soltanto nel sesto giorno di Luna crescente. Il sacerdote incaricato, che indossava una veste bianca, saliva sull’albero di rovere e staccava i rametti con l’ausilio di un falcetto d’oro, raccogliendolo poi in un saio anch’esso bianco. In seguito si svolgeva il sacrificio di due giovani tori bianchi. Secondo gli esperti, il falcetto aureo è, probabilmente, un simbolo lunisolare il cui materiale (l’oro, appunto) era una rappresentazione del Sole splendente. È naturale supporre che, al fine di compiere adeguatamente tale rito, i druidi sapessero osservare e prevedere con precisione le fasi lunari.  
Cesare fornisce qualche ulteriore dettaglio sullo studio del cielo presso i Celti: egli sottolinea che i druidi discutevano e tramandavano nozioni sugli astri, sul loro moto e sulla grandezza dell’universo e della Terra (De bello gallico, VI, 14). L’autore spiega, altresì, che tali popoli calcolavano il tempo contando non i giorni, ma le notti. L’inizio della giornata era infatti fissato con la notte (De bello gallico, VI, 18). 
In merito al computo del tempo, sappiamo che i calendari celtici si basavano sui cicli lunari: molte informazioni possono essere ricavate dall’esemplare più significativo giunto sino a noi, il così detto “calendario di Coligny”. 

Il calendario di Coligny

Nel 1897, presso la località francese di Coligny, furono rinvenuti i frammenti di una tavola in bronzo (lunghezza: 148 cm; larghezza: 90 cm) assieme a quelli di una statua di un dio (identificato con Marte) proveniente, con ogni probabilità, da un santuario gallo-romano situato nelle vicinanze. Questa tavola bronzea è il più rilevante tra i documenti dell’intera epigrafia celtica. La lastra, databile al II secolo d.C., riporta, in caratteri latini, l’indicazione di 62 mesi riferibili ad un arco temporale di 5 anni. Il calendario rappresentato appare completamente diverso da quello giuliano, a quel tempo in uso a Roma da due secoli e mezzo (ne abbiamo parlato, trattando i calendari lunisolari, nel percorso Horas doceo. Storia della misurazione del tempo). Il calendario di Coligny non è un caso isolato: sono stati scoperti altri due analoghi reperti, i cui frammenti risultano però meno numerosi e significativi. Si tratta del calendario ritrovato nel 1807 sul lago d’Antre e di quello rinvenuto nel 1967 presso il santuario di Villards d’Héria. 
Il reperto di Coligny è costituito da 2021 righe suddivise in 16 colonne, ciascuna delle quali riferita a 4 mesi ordinari o, in due casi, da 2 mesi ordinari e da un mese intercalare. In corrispondenza dell’inizio di ciascuno dei 12 mesi dell’anno è riportato il relativo nome seguito dal termine mat(u) (“buono”, ossia “completo”) per i 6 mesi di 30 giorni ciascuno e anm(atu) (“cattivo”, cioè “incompleto”) per i restanti 6 mesi di 29 giorni. I primi 15 giorni del mese sono indicati con cifre romane; si trova poi la parola atenovx (forse “ritorno al periodo buio”) che anticipa la seconda serie di giorni (15 o 14). In quest’ultimo caso, al posto del 30° giorno (ossia il 15° della seconda serie) si trova il termine divertomv (“senza valore”?), che probabilmente sottolinea come si passi dal 29° giorno di un mese al 1° di quello successivo. Per i mesi ordinari ogni riga, corrispondente ad un giorno, è affiancata da un foro in cui si poteva piantare un piolo per mostrare che quel giorno era in corso. Per i mesi intercalari le indicazioni sono più complesse.  Nonostante molti aspetti del reperto siano ancora in fase di studio, la lastra rappresenta un indiscutibile segno dell’alto livello raggiunto dai Celti nello studio del cielo. In particolare, secondo gli studiosi, il calendario di Coligny – di tipo lunisolare – testimonia la profonda padronanza delle genti celtiche in riferimento allo studio dei moti dei corpi celesti e dei relativi modelli matematici. Trovano così conferma epigrafica le informazioni ricavabili da autori quali Cesare e Plinio il Vecchio. Il primo, come detto, afferma che i druidi studiavano il movimento degli astri e si interrogavano sulle dimensioni della Terra e dell’universo. Plinio il Vecchio aggiunge altri dettagli sul computo del tempo presso le popolazioni celtiche. Egli riporta che il loro calendario aveva un carattere ciclico e fondamentalmente lunare. I mesi e gli anni erano regolati sulla base di un grande ciclo di 30 anni (il saeculum) fissato alla sesta Luna, al compimento del primo quarto, quando questa possiede «abbastanza forza, senza essere nel suo mezzo» (Naturalis Historia, XVI, 250). Grazie a questo metodo era possibile far coincidere, al termine del ciclo, l’inizio dell’anno con la sesta lunazione e con un numero intero di anni solari grazie all’aggiunta o alla soppressione di mesi intercalari. L’anno celtico contava 355 o 385 giorni (a causa dell’intercalazione di 30 giorni ogni 30 mesi); anni e lustri iniziavano con il mese di samon (il primo mese indicato sulla tavola di Coligny). Gli esperti ipotizzano che l’anno fosse suddiviso in un semestre estivo e in uno invernale e che le due quindicine di ogni mese fossero distinte in una prima “chiara” (plenilunio) e una seconda “oscura” (novilunio). 

 statere d’oro del tipo detto Regenbogenschüsselchen, disegno di Anna Maragno

Figura 3. Dritto e rovescio di uno statere d’oro del tipo detto Regenbogenschüsselchen, ossia “Scodelline dell’arcobaleno” (II secolo a.C., oggi al Schweizerisches Landesmuseum, Zurigo, Svizzera). Il nome è dovuto alla loro forma marcatamente concava e alla credenza secondo la quale da queste nasceva l’arcobaleno. 

Simboli celtici 

Prendiamo ora brevemente in considerazione alcuni fra i simboli utilizzati dalle popolazioni celtiche che paiono mostrare – in modo più evidente rispetto ad altre figure stilizzate – la loro connessione con la volta celeste. 
Si pensi, ad esempio, alla triscele, costituita da tre spirali unite tra loro da un punto centrale. Tra i numerosi significati a questa associati (passato-presente-futuro, vita-morte-rinascita e così via) gli studiosi hanno individuato nella figura un possibile riferimento ai moti dei corpi celesti. 
Anche il motivo ornamentale della doppia spirale rivestiva particolare importanza in ambito celtico: sembra plausibile che potesse alludere al percorso apparente del Sole nel cielo nel corso di un anno, suddiviso in una metà di luce “crescente” (spirale che evolve verso l’esterno) e in una di luce “calante” (spirale che involve verso l’interno). Un altro probabile significato lega tale figura ai due equinozi. 

 Pettorale a dodici spirali, disegno di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione

Figura 4. Pettorale a dodici spirali con sei pendagli a occhiali in filo di bronzo, appartenente ad un corredo funerario databile al VI-V secolo a.C. e rinvenuto a Carratiermes, presso Soria, in Spagna. 

Anche le effigi sulle monete celtiche suggeriscono connessioni verosimili all’astronomia. Si pensi, ad esempio, alla celebre moneta d’oro di Vercingetorige: il verso (rappresentato in Figura 1) mostra un cavallo accompagnato da una falce di Luna. Rappresentazioni di questo animale conoscono ampia diffusione sulle monete celtiche: il cavallo al galoppo, spesso associato alla ruota o alla triscele, è, con ogni probabilità, un emblema della corsa del Sole nel cielo. 

Dritto e rovescio di uno statere d’oro appartenente ai Parisi , disegno di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione

Figura 5. Dritto e rovescio di uno statere d’oro appartenente ai Parisi (II - I secolo a.C.), oggi conservato presso il Moravské zemské muzeum a Brno, in Repubblica Ceca.

Il cavallo era una presenza fondamentale presso le genti celtiche e la sua simbologia occupava un posto preminente. L’animale rappresentava un tramite con l’Aldilà, con gli spiriti, con gli dèi e con il cielo. Epona, dea celtica dei cavalli poi adottata dalla religione romana (unico caso di tutto il pantheon), era infatti una divinità lunare, associata all’acqua e portatrice di abbondanza, di fertilità e di ispirazione. Era spesso rappresentata con frutta, ceste di grano, cornucopie o con altri simboli di nutrimento, di opulenza e di rinascita.

Stele raffigurante la dea Epona, disegno di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione

Figura 6. Stele raffigurante la dea Epona che cavalca all’amazzone sul suo destriero (Renania, II secolo d.C.). Il reperto è oggi parte del Rheinisches Landesmuseum, a Bonn (Germania).  Poco sopra l’orecchio sinistro del cavallo è distinguibile una falce di Luna. 

In alcuni studi numismatici si è notato come, in alcune monete, il rovescio sia occupato da immagini riconducibili a stelle (raggiate o meno), a costellazioni e persino a comete o a supernovae. Precisiamo che si tratta, comunque, di ipotesi interpretative: non esistono, ad oggi, sicurezze in merito a questi profili. 



Note

1. XXVII. Donna radiosa, verso 2, trad. di P. Hutchinson e Melita Cataldi in M. Cataldi (a cura di), Antica lirica irlandese, Giulio Einaudi editore, Torino, Edizione aggiornata 1997, p. 79.


Fonti delle immagini

Figura 1. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 2. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 3. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 4. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 5. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.

Figura 6. Disegno originale di Anna Maragno, non riprodurre senza autorizzazione.



Bibliografia e consigli di lettura

Boitani, P., Il grande racconto delle stelle, Società editrice il Mulino, Bologna, 2012

Brooke-Hitching, E., L’Atlante del Cielo. Le mappe più belle, i miti e le meraviglie dell’universo, tr. it. a cura di V. Gorla, Mondadori, Milano, 2020 

Cossard, G., Cieli perduti. Archeoastronomia: le stelle degli antichi, Utet, Torino, 2018

Cunliffe, B., The Ancient Celts, Second Edition, Oxford University Press, Oxford, 2018

Gaspani, A., Cernuti, S., L’astronomia dei Celti. Stelle e misura del tempo tra i druidi, Keltia Editrice, Aosta, 1997

Gaspani, A., Cernuti, S., Trinvxtion Samoni Sindivos, in «L’Astronomia» 181 (1997), pp. 26-33

Gaspani, A., I simboli “solari” dei Camuni, in «L’Astronomia» 205 (2000), pp. 32-39

Gaspani, A., Il cielo nelle monete celtiche, in «L’Astronomia» 159 (1995), pp. 25-30

Gaspani, A., La cultura di Golasecca. Cielo, luna e stelle dei primi Celti d’Italia, Keltia, Aosta, 1999

Gaspani, A., Pianvalle, un tempio proto-celtico, in «L’Astronomia» 210 (2000), pp. 36-45

Hack, M., Ferreri, W., Cossard, G., Il lungo racconto dell’origine. I grandi miti e le teorie con cui l’umanità ha spiegato l’Universo, Sperling & Kupfer, Milano, 2018

Leopardi, G., Storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII, con uno scritto di A. Massarenti e un’appendice di L. Zampieri, BookTime, Milano, 2008

Moscati, S., Frey, O. H., Kruta, V., Raftery, B., Szabó, M. (a cura di), I Celti, Bompiani, Milano, 1991 (con indicazioni di ulteriore letteratura)

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